| Diario Stage acquatico 15/02/09 |
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La prima volta che ho visto il mare, dicono che mi ci sia buttato dentro vestito: avevo circa tre anni. Poi le cose sono mutate, spero non per sempre. L’acqua non era più il mio ambiente naturale, a causa di scherzi e cattivi insegnanti di nuoto, che pian piano me ne hanno allontanato. Ho imparato a nuotare da solo e male, come tante altre cose: accade così quando stenti ad incontrare maestri sul tuo cammino o, peggio, quando inciampi in coloro che si stagliano all’orizzonte pavoneggiandosi in questo vestito, ma poi non reggono la prova di un piccolo temporale estivo. Ora rifletto sugli avvenimenti dello stage acquatico trascorso assieme ai miei compagni e mi stupisco di aver compiuto un piccolo passo in direzione della mia riconciliazione con gli abissi. Pronti… via! Ci si tuffa subito dove non si tocca e non ci si può nemmeno lamentare perché la regola numero uno sarà il silenzio, per tutta la durata dello stage. Giù a candela nell’acqua, occhi chiusi, spinto alle spalle, spinto al petto, sempre più giù…e poi su, verso a luce, con i polmoni già senza fiato, la gola che tossisce perché di acqua ne entra un bel po’ ad ogni nuovo giro di giostra! Si dovrebbe recuperare un peso sul fondo ma…pazienza sarà per la prossima volta! Fiato, mi manca il fiato! Vedi cosa succede se non si corre da un mese intero? Sono rigido come un palo e risalire a bordo vasca ogni volta è un’impresa: mi aggrappo, scivolo…i compagni allungano le mani e mi tirano su, una, due, cento volte e poi mi guardano ansimare, chiedendomi con gli occhi se va tutto bene. Non va tutto bene: sono un peso, solo un peso, per me e per gli altri. Ma non c’è tempo si continua. Adesso devo trascinare in salvo gli altri…Io? Io che a mala pena mi traggo in salvo da solo in questo ambiente ostile?! E dopo aver tentato di salvarli, ora ci devo pure combattere con i miei compagni: agguato alle spalle nell’acqua alta e susseguente lotta per affogarsi a vicenda. No! Questo è troppo, stavolta muoio! Invece no, ma ci vado molto vicino a sentire quello che urla il mio cervello. Non mi traumatizza solo l’idea di venire affogato, scopro, ma anche quella di vedere gli altri che fingono di affogare: quindi prego silenziosamente la cintura nera di smetterla di affogarsi da sola dinnanzi a me nella vana speranza che io le metta quantomeno le mani addosso! Esercizi ginnici all’asciutto. Ma quanto manca? Non ce la faccio più! Sono un pezzo di legno stagionato. Le mie ginocchia e gli stinchi recano i danni dei vari, vani, tentativi di risalita a bordo vasca. Gran finale! Benda sugli occhi e giro del periplo della piscina…si può fare…nel dojo vado meglio da bendato che con quel poco di vista che mi rimane. Il periplo è finito…si esce…ci si abbassa…oddio…entrata silenziosa in acqua da bendati…bevo ampie sorsate di cloro! Tossisco e mi aggrappo al mio salvatore che mi fa capire che c’è da nuotare fin dall’altra parte della piscina, niente più periplo restando attaccati, troppo facile! Va bene, un attimo solo di fiato, che fretta c’è?! Serpentone di ciechi in mezzo alla piscina, con me anello debole della catena umana. Mi lascio andare, mantengo il contatto con una spalla enorme in muta da sub: se sto attaccato a lui non mi succederà nulla e infatti…risalgo per l’ultima volta a bordo vasca…domani avrò dei lividi pazzeschi…via la benda…pacche sulle mie spalle, sorrisi di amici sinceri…se mi commuovo produco altra acqua e per oggi ne ho avuta già troppa. |











